Come si fa cultura in città
di Giovanni Fattoruso, BloggerAnni fa, quando andavo alle scuole superiori, Apple non aveva rilasciato un iPhone, forse neanche ci stava pensando e la principale occupazione di Mark Zuckerberg era valutare l’efficacia del topexan, decisi di organizzare la festa di fine anno a scuola.
Chiamai un gruppo a suonare. Anzi un mio amico chiamò dei suoi amici a suonare. Tutta la mia organizzazione fu dire loro: “Vi do dei tappetini su cui appoggiare gli strumenti?”
Non avevo pensato a niente. Il fonico, il service, il momento in cui avrebbero dovuto suonare. Niente di niente, solo: quello è lo spazio fate voi. Perché non avevo nessuna idea di come si organizzasse un evento e nessuno ve lo aveva spiegato.
Con gli anni mi sono reso conto di quanto sia complessa l’organizzazione di un evento. Certo una volta che sai dove “mettere le mani” tutto sembra più facile, ma in realtà le cose da tenere in testa sono tantissime: i voltaggi degli impianti, la burocrazia, gli spazi, l’accoglienza etc etc. Tutto questo senza considerare il fattore più importante: quel che sto organizzando piacerà al pubblico?
Dare un’offerta trasversale che piaccia sempre a tutti è praticamente impossibile, soprattutto quando si parla di cultura. Per questo una proposta che sia universalmente accettata è difficile se non impossibile.
Abbiamo raccolto l’esperienza di chi in città organizza spazi e festival, per capire più da vicino il loro lavoro e quanto sia cambiato in questo anno della cultura.
Maddalena direttrice artistica di Edoné, Lidia di Rock Sul Serio e Sarah di Spazio Polaresco.
Ci siamo fatti raccontare come si fa cultura in città (e in provincia) e quali sono le dinamiche che si sono venute a creare in questi anni.
Spazio Polaresco e Edoné sono i due spazi giovanili per eccellenza del comune di Bergamo, ma se Edoné ha avuto una storia abbastanza stabile e continua nel tempo, Polaresco invece ha avuto una sorte più travagliata, con cambi di gestione, approccio al mondo della cultura e anche tipologia di clientela.
Rock sul Serio, invece, può essere preso ad esempio come uno dei tanti festival che ogni estate regalano al territorio bergamasco musica di qualità ad ingresso gratuito.
Nell’anno di Bergamo capitale della cultura Polaresco si trova in rampa, dopo il cambio di gestione che ha portato Doc Servizi a occuparsi dello spazio, ha deciso di fare in maniera più trasversale possibile il suo ruolo.
Edoné e Rock sul Serio invece hanno un pezzettino in più, quello che i pubblicitari chiamano la Brand Reputation, insomma la gente si fida del contenitore dell’evento ancora più del contenuto e quindi vi partecipa a priori.
Nonostante questa differenza le problematiche di cui tutti ci hanno parlato sono le stesse. Riuscire a fare una proposta culturale e incontrare i gusti dell’utenza diventa sempre più difficile, sia per la sostenibilità economica della produzione, che anche dei gusti sempre più mutevoli delle nuove generazioni.
Per fare cultura in città quindi serve mettere anche da parte i propri gusti personali, avere la voglia di conoscere persone e sensibilità diverse dalla propria per portare un arricchimento alla propria utenza.
Tutto questo, inoltre, deve essere anche economicamente sostenibile.
La cultura è un lavoro e quindi anche un costo per gli spazi che decidono di offrirla. Come in tutte le “aziende” i costi devono generare ricavi, il ruolo di un o di una direttrice artistica è anche quello di far conciliare una sostenibilità economica e di valore culturale.
Le due cose non sono una conseguente all’altra, pensate sempre a Van Gogh che è morto in povertà perché non compreso.
Per questo è diventato fondamentale per tutti l’ascolto. Un ascolto attivo di quelle che sono le richieste dell’utenza dei propri locali.
Ecco quindi uno Swap Party al Polaresco, Nesli a Rock Sul Serio e un festival K-Pop a Edoné.
La cultura è ascolto e interscambio con i giovani, le proposte arrivano dall’utenza e poi vengono sviluppate da chi ha acquisito negli anni il Know-How per farle.
In questo scambio i giovani portano le loro idee, la loro freschezza, mentre chi giovane lo è stato fino a ieri porta competenze e capacità.
Così entra in gioco un altro argomento che svilupperemo nei prossimi podcast e nei prossimi articoli: il ricambio generazionale.
Bergamo è un paese per giovani? Così su due piedi verrebbe da dire di sì, che i giovani siano la linfa di cui la proposta culturale ha bisogno. I giovani la pensano allo stesso modo?
Anche nel nostro questionario – che puoi compilare anche tu qui – abbiamo posto questa domanda, per capire anche noi come sarà la Città a misura di domani dopo quest’anno della cultura.